“Storia della mia ansia” – Daria Bignardi 4/5 (1)

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"Storia della mia ansia" - Daria Bignardi

Trama:

"Un pomeriggio di tre anni fa, mentre stavo sul divano a leggere, un'idea mi ha trapassata come un raggio dall'astronave dei marziani. Vorrei raccontare così l'ispirazione di questo romanzo, ma penso fosse un'idea che avevo da tutta la vita. "Sappiamo già tutto di noi, fin da bambini, anche se facciamo finta di niente" dice Lea, la protagonista della storia. Ho immaginato una donna che capisce di non doversi più vergognare del suo lato buio, l'ansia. Lea odia l'ansia perché sua madre ne era devastata, ma crescendo si rende conto di non poter sfuggire allo stesso destino: è preda di pensieri ossessivi su tutto quello che non va nella sua vita, che, a dire il vero, funzionerebbe abbastanza. Ha tre figli, un lavoro stimolante e Shlomo, il marito israeliano di cui è innamorata. Ma la loro relazione è conflittuale, infelice. "Shlomo sostiene che innamorarci sia stata una disgrazia. Credo di soffrire più di lui per quest'amore disgraziato, ma Shlomo non parla delle sue sofferenze. Shlomo non parla di sentimenti, sesso, salute. La sua freddezza mi fa male in un punto preciso del corpo." Perché certe persone si innamorano proprio di chi le fa soffrire? E fino a che punto il corpo può sopportare l'infelicità in amore? Nella vita di Lea improvvisamente irrompono una malattia e nuovi incontri, che lei accoglie con curiosità, quasi con allegria: nessuno è più di buon umore di un ansioso, di un depresso o di uno scrittore, quando gli succede qualcosa di grosso".


 Recensione:

“Tu non sei tipo da tumore”, così reagisce la cognata di Lea; la protagonista mangia sano, fa attività fisica e soprattutto, non è una persona che cova dentro di se rabbia o risentimento. Lei, le emozioni, le vive e le eviscera. Non come suo marito Shlomo, un uomo che si rifiuta di parlare di sentimenti, che ne è addirittura inorridito. Così Lea comincia la chemioterapia “che fa schifo”, con tutti i suoi dolori, le nausee e il senso di vuoto. I figli adolescenti cercano di continuare la loro vita normale e il marito, non abituato ad accudire, si ritrova stretto in questo ruolo. Lea vorrebbe comprensione dal marito, ma lui, continua ad essere lo stesso, preso tra il senso del dovere nei confronti della moglie, e dal desiderio di sottrarsi alle sue lamentele e alle gentilezze obbligate che lo sfiniscono. Qui forse sta uno dei punti centrali del romanzo. Perché restare in un amore che fa soffrire? L’oncologa antroposofa chiede a Lea se prima della scoperta del cancro avesse provato un forte dolore emotivo, o ci fosse stato un evento traumatico. Ed ecco che ci vengono mostrati i lunghi silenzi del marito dopo ogni litigio, come a punirla, il suo non cercarla, il suo fuggire dai suoi scatti d’umore. Una linfa nera che corrode anche i corpi più forti. Pensiamo tutti che sia facile liberaci di qualcosa nel momento in cui scopriamo che ci fa male; se fosse così le industrie del tabacco avrebbero chiuso decenni fa. Lea ha scelto una strada tortuosa, ma l’ha scelta consapevolmente, perché perdere quel marito le causerebbe un dolore ancora più grande. Shlomo la ama, ma a modo suo, un modo che lei vorrebbe cambiare, almeno ora che è malata. Ci si chiede come due persone possano amarsi senza accettarsi. Lui si ribella ai suoi capricci come lei, da bambina, si ribellava ai ricatti della madre. Gemma, la madre di Lea era vittima di un’ansia debilitante, che le faceva venire il patema se solo il marito tardava 10 minuti rientrando dal lavoro. La piccola Lea escogitava trucchi, per tenera a bada quel mostro, perché era lui il cattivo, non sua mamma. C’è tenerezza nella consapevolezza di Lea di essere stata amata, ma di non essere stata protetta. E quando si rende conto di avere la stessa malattia, cerca di tenerla a bada, per non esserne schiacciata. La usa come forza motrice della sua esistenza. Ma adesso tutto cambia, e insieme ai capelli cadono le certezze. Non riesce a controllare le sue paure, e i dubbi sulle scelte passate sembrano ombre sempre più vicine. Il cambiamento acuisce la sua ansia, che la paralizza. Ed è qui che entra in gioco Luca; bello, giovane e pieno di vita, anche lui paziente oncologico, porta quella brezza di leggerezza che tanto manca a Lea. Luca non è solo un’infatuazione, Luca è quella strada parallela che Lea non ha vissuto, quella dell’affetto e delle carezze.

Vorrei dirvi di più, ma rischio di rovinare una lettura davvero piacevole. L’impressione che ho avuto, una volta chiuso il libro, è che siamo davvero soli nelle scelte che facciamo. Il dolore ci colpisce e poi passa, e la parte difficile è la calma dopo l’urto, quando il ritmo torna normale ma noi non siamo più gli stessi, e dobbiamo ricominciare, perché la percezione del nostro universo è cambiata anche se tutto intorno a noi è rimasto immutato. [©Gaia Del Riccio]

 

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