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"Il principe delle maree" - Pat Conroy

AUTORE: Pat Conroy

TITOLO: Il principe delle maree

EDITORE: Bompiani

TRADUTTORE: Pier Francesco Paolini

 

FRASI:

Sul corpo di una bella donna, il nero fa sembrare fatui tutti i colori.
[Pat Conroy, Il principe delle maree]

 

Sono stato castrato dalla vita. E dalle circostanze, reso neutro. Non è facile essere uomo, come invece tu sembri credere. È una cosa che la donna moderna non capisce.
C'è solo una cosa difficile nell'essere uomo, dottoressa. Una cosa soltanto. Le donne non ci insegnano ad amare. Un segreto che non ci rivelano. Passiamo una vita intera a cercare qualcuna che ce lo insegni, ma non riusciamo mai a trovarla. Quando una donna ci ama, noi siamo sopraffatti da ciò, vinti di paura, impotenti e avviliti. Il motivo per cui le donne non ci capiscono é che noi non riusciamo a contraccambiare appieno il loro amore. Non abbiamo nulla da restituire. Non c'è mai stato concesso quel dono.
[Pat Conroy, Il principe delle maree]

 

La mia ferita è la geografia. Essa è anche il mio ancoraggio, il mio porto sicuro. 
Sono cresciuto lentamente accanto le maree e alle paludi di Colleton. 
[Pat Conroy, Il principe delle maree]

 

Ho conservato il film girato da mio padre di quella partita e mi sono riguardato quella volata di novantasette iarde lungo la linea laterale cento volte, e me la riguarderò altre cento prima di morire. Osservo il ragazzo che ero un tempo e mi meraviglio della sua velocità mentre lo guardo avanzare nella granosa, surreale, immagine filmica e mi passo una mano tra i capelli radi. Tento di ricatturare quel momento in cui correvo verso il fondo campo, inseguito invano da frenetici ragazzi in maglietta azzurra. La folla si impossesso' di me all'altezza delle cinquanta iarde: sentii nelle gambe quel sognante ronzio di voci umane che mi incoraggiavano a correre verso la massima soglia di quei giorni estatici. Io correvo come un ragazzo di Colleton che avesse l'intera società ai piedi e non c'è nulla al mondo di più felice di un ragazzo che corre, nulla di così innocente, di così intatto. Ero giovane, ero dotato, ero incredibile e correvo lungo la linea laterale, seguito da un arbitro che mi lascai indietro. [...] Ma, mentre guardo questo film, spesso penso che quel ragazzo non sapeva verso cosa stesse correndo realmente, che non era la zona di meta ad attenderlo. A un certo punto quel giocatore si trasformò in metafora e l'uomo vede ora quello che il ragazzo allora non poteva vedere. Sarebbe stato sempre in gamba nella corsa e sarebbe scappato via dalle cose che gli facevano male, dalle persone che lo amavano e dagli amici che avevano la facoltà e il potere di salvarlo. Ma dove corriamo quando non vi sono folle, luci, zone di meta? Dove corre un uomo, si chiede l'allenatore, studiando il film. Dove può correre un uomo quando non ha più la scusa di una partita di football? Dove può andare a nascondersi quando si volta indietro e si accorge di non essere inseguito altro che da se stesso?
[Pat Conroy, Il Principe delle Maree - Ed. Bompiani - Trad. Pier Francesco Paolini]

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