“Open. La mia storia” – Andre Agassi

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AUTORE: Andre Agassi
TITOLO: Open. La mia storia
TRADUTTORE: Giuliana Lupi
GENERE: Autobiografia
EDITORE: Einaudi

TRAMA

Open è l’autobiografia di Andre Agassi, pubblicata nel 2011 da Einaudi nella collana “Stile Libero”. Alla stesura ha contribuito in modo sostanziale J. R. Moehringer, giornalista premio Pulitzer.
(Fonte Wikipedia)

Costretto ad allenarsi sin da quando aveva quattro anni da un padre dispotico ma determinato a farne un campione a qualunque costo, Andre Agassi cresce con un sentimento fortissimo: l’odio smisurato per il tennis. Contemporaneamente però prende piede in lui anche la consapevolezza di possedere un talento eccezionale. Ed è proprio in bilico tra una pulsione verso l’autodistruzione e la ricerca della perfezione che si svolgerà la sua incredibile carriera sportiva. Con i capelli ossigenati, l’orecchino e una tenuta più da musicista punk che da tennista, Agassi ha sconvolto l’austero mondo del tennis, raggiungendo una serie di successi mai vista prima.

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RECENSIONI

Alla lettura di OPEN ci si accinge con la certezza di confrontarsi con le imprese di un atleta che ha scritto, indiscutibilmente, una delle pagine più memorabili della storia del tennis.
Del resto, non potrebbe essere altrimenti.

Alla voce ANDRE AGASSI, Wikipedia recita quanto segue:

“Andre Kirk Agassi, noto semplicemente come Andre Agassi è un ex tennista statunitense. Considerato uno dei più forti tennisti di sempre, ha vinto 60 titoli ATP e 8 tornei dello Slam, guadagnando in carriera più di 31 milioni di dollari in premi e 150 milioni di dollari in sponsorizzazioni. Ha detenuto il primo posto nella classifica ATP per 101 settimane. Agassi è uno degli otto giocatori che nella loro carriera sono riusciti a vincere il Grande Slam, ed è stato il primo a realizzare il suddetto Career Grand Slam su tre diverse superfici. Vincitore di 17 titoli ATP Masters Series, Agassi è stato il primo e unico tennista ad aver vinto i quattro tornei dello Slam, la medaglia d’oro del singolare olimpico, il torneo ATP World Championship e la Coppa Davis.  Ha inoltre detenuto il primato di più vecchio numero 1 al mondo fino al 18 febbraio 2018, giorno in cui è stato scavalcato da Roger Federer.”

Sullo schermo, nel frattempo scorrono in un rapido slideshow una serie di immagini, in cui padroneggia un giovane dalla spumeggiante chioma leonina, che, spavaldo, solleva coppe e trofei con la stessa facilità con cui pare stringersi ad attrici e starlettes del momento. In maniera altrettanto scontata, si fa strada, quindi, un’altra convinzione. Che quella di Agassi, sia la “classica” vita da campione: divisa tra campi da gioco e copertine scandalistiche, perennemente alla mercé del gossip e degli sponsor pubblicitari, costruita sull’eterno dualismo tra genio e sregolatezza e sull’altalenante rima tra successo ed eccesso.

Alla luce di queste premesse, l’incipit della sua autobiografia non può che suonare sconcertante. Le parole stridono come unghie sul vetro e colpiscono con la stessa forza di uno schiaffo inatteso: “Gioco a tennis per vivere, anche se odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l’ho sempre odiato. Quando quest’ultimo tassello della mia identità va al suo posto, scivolo sulle ginocchia e in sussurro dico: ” Fa che finisca presto. E poi: non sono pronto a smettere”.

In un attimo questa storia, la “sua” storia, quella che Andre Agassi ha deciso di raccontarci, assume così i contorni di una partita dai pronostici ribaltati. E la domanda, allora, sorge spontanea. A chi appartiene, davvero, questo viso da ragazzo ormai cresciuto, che ci fissa dalla prima di copertina con lo sguardo disarmato ed attonito di un eroe che ha perso all’improvviso i suoi superpoteri? La chioma arrogante è ormai un lontano ricordo e del sorriso sfrontato non è rimasto che un piccolo accenno. In un gioco di lenta dissolvenza, i contorti del campione si fanno poco a poco più sfocati sino a svanire completamente. E ciò che rimane di fronte a noi è così il volto di una persona del tutto nuova.

Poche righe, ed è subito chiaro. OPEN non è una semplice storia sul tennis e non è destinata ad affascinare i soli appassionati di questa disciplina. All’opposto, anzi, il tennis sveste i panni di protagonista per farsi sfondo e metafora dell’esperienza umana di uno dei suoi interpreti assoluti.

Non a caso, il racconto comincia alla vigilia di uno dei più importanti appuntamenti della stagione tennistica, gli US OPEN del 2006. E’ l’alba a New York e in una stanza del Four Seasons, Andre Agassi si prepara al suo ritiro. Non a caso, il campione sceglie una fine, l’epilogo della sua carriera agonistica, per “aprire” il racconto della sua vita, pronto a mettersi a nudo e a giocare finalmente a carte scoperte.

Il fuoriclasse scende in campo e impugna la racchetta. I muscoli fremono, l’adrenalina é nell’aria.  Sugli spalti il pubblico segue con il fiato sospeso. Cala il silenzio, rotto solo dal rintocco della palla che, colpita, comincia una lentissima parabola a ritroso nel tempo che ci conduce sino a Las Vegas, su un campo altrettanto torrido, dove un ragazzino arrabbiato cerca furiosamente di vincere la sua battaglia contro un’insidiosa macchina lancia-palle. Perché sì, contro ogni cliché, è proprio lui, il tennis, a giocare il ruolo dell’antagonista, l’avversario contro cui il nostro eroe si misura sin da bambino. Figlio di un ossessivo padre-padrone che lo ha cresciuto strumentalmente con il solo intento di farne un campione, si intuisce a questo punto che non è sulla terra rossa che l’atleta ha giocato i suoi match più decisivi.

Servizio dopo servizio il tennista ripercorre le tappe fondamentali della sua lenta, tormentata, formazione individuale. Costretto da sempre ad estenuanti allenamenti, che non lasciano spazio a qualsiasi altra inclinazione, prima fra tutte la passione per i libri, passerà la sua intera giovinezza a contestare i dettami paterni. E’ questo il tempo degli anni vissuti “sopra le righe”. Il look trasgressivo ed il chiacchierato matrimonio con l’attrice Brooke Shields lo imporranno sotto i riflettori ancor più dei primi, importanti, traguardi agonistici. Successi solo transitori, però, intervallati da clamorose battute d’arresto. E’ questo il periodo buio di un esordio tanto incerto quanto la sua personalità, in cui gli eccessi e le performance altalenanti si fanno specchio del suo rapporto conflittuale, d’amore ed odio, con il tennis stesso. Una fase, in cui lo strappo più lacerante non sarà quello dei muscoli ma quello dell’io, vinto dal dubbio, insopportabile, di non essere un talento puro bensì una semplice macchina programmata per vincere.

Nell’affacciarsi all’età adulta, decisiva per la sua rimonta sarà la guida del “trainer, amico e vice-padre” Gil Reyes. Sarà lui, infatti, a riportarlo sulla vetta del ranking mondiale e a mostrargli la vera “strada per vittoria”: non rimanere estraneo a se stesso, rincorrere i propri sogni a gamba tesa e dare finalmente al suo stile la propria, autentica, impronta.

Una volta raggiunta la piena consapevolezza di sé, complice anche l’incontro con Steffi Graf, la sua “cattedrale”, come la definisce lui stesso, esempio di virtuosismo e dedizione, che sposerà nel 2001, il passo verso la consacrazione definitiva sarà breve ed innarrestabile. Un percorso sofferto ma a lieto fine, cristallizzato in un memoir (steso in collaborazione con il Premio Pulizter J. R. Moehringer) che non a caso si chiude con un nuovo inizio.

A soli cinque anni dal suo ritiro, salutato da una lunga standing ovation da parte di un pubblico estasiato, nel 2011 Agassi si vede riconosciuto l’ingresso nella Hall of Fame of International Tennis. Oggi vive con la moglie Stephanie ed i loro due figli a Las Vegas, dove ha istituito l’Andre Agassi College Preparatory Academy, che al motto “with Education, there is the Hope”, si adopera a sostegno dell’istruzione e del talento di giovani meno agiati.

Come Woody Allen fa dire al protagonista di uno dei suoi film, “a volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde”. A questo punto non resta che dire una cosa soltanto: match-point, Andre.

[©Cristina Ferrari]

 

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