“La bellezza rubata” – Laurie Lico Albanese

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AUTORE: Laurie Lico Albanese
TITOLO: La bellezza rubata
GENERE: Narrativa Straniera
TRADUZIONE: Maria Baiocchi
EDITORE: Einaudi

TRAMA

Nella scintillante atmosfera della Vienna di inizio Novecento, Adele Bloch-Bauer, discendente di una facoltosa famiglia ebrea, fa il suo debutto nell’alta società. Tra frenetici giri di valzer e accese discussioni sul valore dell’avant-garde, la ragazza si lascia trascinare in un vortice di sensualità che la fa cadere tra le braccia del pittore Gustav Klimt. Adele diventa la sua giovane musa, modella per ritratti dall’erotismo sfacciato che sfidano le rigide convenzioni di un gusto accademico ormai sull’orlo della decadenza. Tempi di euforia ma anche di incertezza per un’Europa nella quale le teorie antisemite cominciano a prendere piede, sfociando, in meno di quarant’anni, in uno dei periodi piú bui della storia. Maria, nipote prediletta dell’ormai defunta Adele, assiste inerme all’invasione dell’Austria da parte dei nazisti; uno per uno, tutti i membri della sua famiglia vengono arrestati o uccisi, mentre i pochi superstiti sono costretti a fuggire all’estero. Il destino pone Maria davanti a un’ardua scelta: cominciare una nuova vita in America, mettendo a tacere per sempre il dolore dei ricordi, oppure combattere con i fantasmi del passato per mantenere viva la memoria dei suoi cari? La bellezza rubata segue il dipanarsi di un’eccezionale storia vera lunga piú di un secolo, attraverso le vicende di due donne coraggiose. Un romanzo sfolgorante e sensuale, ricco dello stesso controverso magnetismo dei dipinti di Gustav Klimt.

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RECENSIONI

Il cosiddetto Museum Mile di New York si dispiega nel cuore di Manhattan, nell’Upper East Side, nella zona più antica ed elegante della Quinta Strada, dove numerose residenze storiche si alternano, per l’appunto, ad altrettanti musei e gallerie d’arte.
Costeggiando il Central Park, ben presto ci si trova così di fronte ad un elegante palazzo di inizio ‘900, dove ha sede la Neue Galerie che, dal 2001, espone collezioni di opere d’arte tedesche e austriache degli inizi del XX secolo.

Per chiunque abbia letto la “Bellezza Rubata” varcare la soglia di questo edificio, anche se solo con l’ausilio di una web-cam, equivale ad intraprendere un suggestivo viaggio nel passato.

Il suo ingresso signorile accoglie i visitatori aprendosi in un largo, profondo, inchino con la grazia cerimoniosa di un maggiordomo inappuntabile. L’atrio è pervaso in ogni dove dall’aura di un’altra epoca e come sulle note di un malinconico violino si percepisce l’eco di antichi fasti: tutt’attorno si avverte il fruscio di abiti sfarzosi, la scia di essenze perdute, il riverbero, sommesso, di spensierate risate. Ad ogni passo si fa più intensa la suggestione di essere circondati da eteree ma tangibili presenze. Sorridenti e festose, sembrano stringersi attorno agli ospiti in un caloroso abbraccio di benvenuto che li consegna ad un’elegante scala di fine fattura, pronta a condurli al piano superiore.

Qui una lieve penombra e un silenzio quasi ossequioso fanno da anticamera all’opera che rifulge, splendente, sulla parete di fondo.

Un perfetto riquadro in filigrana d’oro custodisce come uno scrigno un’evanescente figura femminile. Una finissima trama di simboli e forme ne cesella i contorni e pare incastonarne, quasi costringerne, anzi, il viso, il collo e le mani, che, arricchiti da raffinati, preziosi, monili, risaltano in tutto il loro diafano pallore e riverberano così sullo sfondo vibrante di luce propria.

Il capo primeggia su tutto e da tutto si distacca grazie alla folta chioma scura che incornicia il volto. Lo sguardo emana una straordinaria forza espressiva grazie agli occhi che, malinconici, osservano dolenti, come velati da un triste presagio. La bocca, carnosa, pare un bocciolo pronto a schiudersi in un tacito monito. Le mani, timidamente raccolte, sembrano vinte dal vano sforzo di trattenere la dirompente fragilità di questo seppur regale soggetto.

Del resto, in un ardito paradosso stilistico, l’opera tutta altro non è se non un virtuoso gioco di elementi contrapposti: celebra un trionfo d’oro per immortalare l’ineluttabile, fallace, caducità della natura umana ed elogia la materialità aurea per sublimare l’ineffabile dimensione dell’inconscio.

Perché, ebbene sì, chi ci scruta emblematica è proprio lei, la “donna in oro”. “The woman in gold” è infatti l’accezione con cui per lungo tempo è stata conosciuto comunemente questo stesso ritratto che la storia dell’arte, al pari di un frettoloso schizzo, scarno ed essenziale nella sua immediatezza, identifica sommariamente come segue:

Opera: Adele Bloch Bauer I – Dipinto a olio su tela (138 cm×138 cm);

Anno: 1907;

Autore: Gustav Klimt;

La Bellezza Rubata è la storia di questo quadro. Ed anche molto di più.

Proprio come un pittore, pagina dopo pagina, il romanzo tratteggia infatti con stile appassionato un intenso, affascinante, affresco in cui la vita delle due protagoniste – Adele Bloch Bauer e la nipote Maria Altmann – si interseca per più di un intero secolo con la Storia. Un inestricabile intreccio di esperienze ed accadimenti che hanno contribuito segnare in maniera decisiva le sorti quasi incredibili di questo capolavoro indiscusso dell’arte contemporanea.
Il racconto ha il suo prologo alla fine dell’Ottocento. Vienna è la culla del pensiero moderno, dove trovano terreno fertile le teorie di Freud, Nietzsche e degli altri esponenti della scuola mitteleuropea: sull’onda dell’avant-garde è proprio nell’atmosfera euforica e scintillante della capitale asburgica, che sferza il vento del cambiamento. Ed è sempre qui, nel cuore dell’impero austro-ungarico ormai in declino, che inizia a fermentare quella corrente autoritaria ed antisemita che ben presto travolgerà il vecchio continente, ridefinendo gli assetti dell’intera scena mondiale.

Giovane donna dalla fervida, insaziabile, intelligenza, con la sua indole indomita Adele Bauer è innanzitutto figlia ribelle delle rigide convenzioni del suo tempo.

Privata dell’istruzione universitaria, da sempre considerata un privilegio esclusivamente maschile, è proprio per convenzione che sposa Ferdinand Bloch, erede di una delle famiglie più influenti della ricca borghesia ebraica, con il solo intento di assicurarsi l’accesso libero ed incondizionato ai salotti culturali della città. Conquistata la scena dell’alta società viennese e segnata intimamente dall’impossibilità di esser madre, è invece per scelta che diviene musa, mecenate ed amante di Gustav Klimt. Sarà proprio l’artista, uno dei più controversi e rivoluzionari del suo tempo, a dare giustizia alla sua identità ebraica, minacciata ormai dal dilagante odio antisemita, e a ripagarla delle sue sfumate aspirazioni. Dapprima infatti darà il volto di Adele alla sua Giuditta, femme fatale, icona di audacia e seduzione, per poi consacrarla, definitivamente, attraverso il suo stesso ritratto, come la “Regina di Vienna”.

Così come Adele si fa suo malgrado interprete dei travagli del suo tempo, il simbolismo di cui è impregnato il suo dipinto si fa riflesso dei fermenti dell’epoca ed in quanto espressione celebrativa di quella stessa identità ebraica che si vuole reprimere con ogni mezzo, viene requisito, insieme a tante altre opere di inestimabile valore, dal regime nazista, ormai al potere, che lo ribattezza però come “La donna in oro” per nascondere l’origine giudaica del soggetto. Una vera e propria razzia, in cui ad essere rubata, o meglio profanata e trafugata, non sarà semplicemente la bellezza del patrimonio artistico in quanto tale ma l’identità e la dignità del popolo che rappresenta.
A distanza di mezzo secolo, l’eredità morale ed intellettuale di Adele, deceduta precocemente per cause naturali, viene raccolta dalla nipote prediletta Maria, la cui storia, altrettanto avvincente, è stata ripercorsa recentemente dal film The Woman in Gold, del 2015, interpretato dal Premio Oscar Helen Mirrer.

Neo-sposa, Maria abbandona l’Austria per scampare alla persecuzione e si ricostruisce una vita in California. Lacerata dai soprusi subiti e dalla perdita dei suoi più cari affetti, solo al tramonto dei suoi anni troverà finalmente il coraggio di affrontare una volta per tutte i fantasmi del proprio passato. Tornata per la prima volta a Vienna dopo più di cinquant’anni, una volta trovatasi di nuovo faccia a faccia, occhi negli occhi, con Adele, il cui ritratto è ora conservato nel Museo del Belvedere, Maria matura la ferma decisione di onorarne degnamente il lascito morale e di dare giustizia al proprio popolo, portando in tribunale lo stesso Governo Austriaco, reo di essersi reso innegabilmente complice dell’ignobile genocidio ebraico perpetrato dai Nazisti. Quasi novantenne si troverà così al centro di una clamorosa querelle internazionale – il caso Altmann contro Repubblica d’Austria – la cui sentenza insindacabile, arbitrata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, imporrà al Belvedere la restituzione del dipinto alla sua legittima proprietaria, creando così un fondamentale “precedente” giuridico sul tema della Restituzione.

Un epilogo inaspettatamente favorevole, forte del quale Maria si fa altrettanto risoluta nel proposito di fare della sua fortuna un simbolo commemorativo. Battuto all’asta nel 2006 per 135 milioni di dollari, guadagnandosi per quattro mesi il primato di dipinto più costoso al mondo, il ritratto viene così acquistato da Ronald Landau, proprietario della Neue Galerie di New York.
Ed è qui che Adele ora riposa in tutto il suo splendore.

A perpetua memoria di quella stessa “bellezza“, ricreata magistralmente da questo romanzo ma andata perduta tra le righe di una delle pagine più buie della Storia.

E ad eterno monito per le generazioni future.

[©Cristina Ferrari]

 

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