“Simmetrie” – Ambra Somaschini

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AUTORE: Ambra Somaschini
TITOLO: Simmetrie
GENERE: Narrativa
EDITORE: Baldini – Castoldi

TRAMA

Olympia, come capita a molte donne, vuole che nella sua vita ci siano due uomini. Per una questione di simmetria. Ma anche per una forma piuttosto marcata di bipolarità. Sposa Keral e ama Gérard. Incontra Gérard in una camera senza vista, dove consuma il suo amore ossessivo – un’attrazione chimica che diventa dipendenza, droga, stupefazione. La moglie di Gérard, Sabine, aspetta un figlio dal seme di uno sconosciuto e Keral subisce le attenzioni dell’antiquaria Clarissa. Il gioco di coppie e di intersezioni acquista via via una ridondanza che non si placa mai, come se amare ed essere amati obbedissero a un progressivo spostamento di tasselli, che all’intarsio perfetto lascia seguire febbre e disordine.

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E allora il gioco simmetrico si complica, soffre, si spezza: Olympia è ricoverata in una clinica psichiatrica e lì rivede, nella stanza luminosa della sua degenza, Gérard. Qualche mese più tardi decide di rivelare, ai suoi due uomini inconsapevoli, che è incinta. Li convoca ma Keral non arriva: ha avuto un incidente, è in coma. Olympia e Clarissa si alternano in terapia intensiva davanti al letto di Keral.

Una nuova forma di geometria degli affetti, della cura. Di stanza in stanza, da quella oscura della passione a quella inondata di luce della clinica, alla camera senza pareti in cui Olympia, a New York, lascia che si rinsaldino i legami di famiglie arcipelago, la storia dipana emozioni, snodi, potenzialità, deliri, condivisioni – ma soprattutto una ricerca di simmetria sentimentale che sembra obiettivo e malìa, destino e strategia, malattia e racconto: in una parola, vita.


RECENSIONI

Sullo sfondo della New York contemporanea, dopo “Le regole della nebulosa”, Ambra Somaschini torna a regalarci una nuova, variegata, galassia di personaggi. Incerti, spesso inadeguati, come solo possono essere gli individui quando si trovano a declinare i propri sentimenti secondo le molteplici leggi dei tempi moderni. Al centro, due amanti: Olimpia e Gerard.
In orbita intorno a loro, in un precario gioco di specchi riflessi, i rispettivi coniugi, Keral e Sabine, così come i loro stessi amanti, Clarissa e Clint . Ed infine, il resto di questa allargata costellazione famigliare: i loro figli – Minette, Anais, Robbie, Alyssa e Benjamin – ed acora lo zio Hakuri, scampato allo tzunami con Masako e Hiroshi. Trattenuti, a tratti sperduti, nello stesso campo gravitazionale. Satelliti periferici ma non per questo meno essenziali nel comporre il salvifico cordone sanitario che avvolge e sorregge i protagonisti.

Olimpia. Padre francese e madre nipponica, un pezzo d’Asia negli occhi. Cardiochirurgo, ripara il cuore per professione: quello degli altri. Fisico asciutto, bipolare, un irrisolto fascio di nervi che nulla ha dell’equilibrio evocato dal proprio nome. Gerard. Scandinavi occhi di ghiaccio. Rigoroso fascino nordico. Fattezze tanto granitiche quanto è debole e insicura la natura evanescente della sua persona, che esercita l’astrazione all’Accademia di Svezia. Olimpia e Gerard sono innazitutto due orfani, figli del nostro tempo, accomunati dalla perdita precoce di un genitore e dalla totale assenza di quello rimasto.

Olimpia perde il padre e sposa Keral. Pelle olivastra, fisico imponente, arrivato dall’India con passo deciso. Pratico, ponderato, quadrato come ogni architetto. Costruisce ponti, ricongiuge la duplice identità di Olimpia e traccia le fondamenta del loro quotidiano con la figlia Minette. Gerard perde la madre e sceglie l’avvocato divorzista Sabine. Pragmatica e risoluta, Gerard le affida la procura della propria esistenza senza possibiità d’appello. Anche quando gli impone lo sconosciuto a rimedio della loro incompatibilità procreativa.

E così nasce Robbie. Purtroppo, però, razionalità e controllo ricompongono ma non rinsaldano. Non bastano per ricucire le ferite. E ad unire Olimpia e Gerard infatti è il dolore. Il loro è l’incontro di due fragilità: ciascuno si insinua nelle fessure lasciate dall’incompiutezza dell’altrui matrimonio.
Perché  a spingerli non è un’irrefrenabile passione amorosa ma l’autentica ossessione di trovare un’insperata stabilità emotiva: il corpo dell’altro percepito non tanto come simulacro di piacere quanto piuttosto come un sedativo, un approdo sicuro in cui colmare il proprio vuoto interiore. Una sorta di magnetismo, un’alchimia che restituisce loro l’integrità perduta.

Un equilibrio, in cui però Keral e Sabine rimangono altrettanti necessari. E in cui, a loro volta necessitano di un appoggio: Clarissa riempe il vuoto lasciato da Olimpia, Keral la sua solitudine; Sabine seda le nevrosi di Clint, lui la sua smania di controllo. Sino a quando la vita non rimescola le carte, ribaltando tutti i ruoli e ponendoli di fronte a nuove, inevitabili, scelte. Tutt’intorno a loro, i figli: interpreti inconsapevoli dei mutevoli umori degli adulti. Le vicende e le vicissitudini dei personaggi si snodano nel mondo interconnesso dei nostri giorni, senza confini, dove però, proprio per questo, si perde ogni punto di riferimento.

Nell’intento di ripararsi da “troppa realtà”, le loro storie si consumano così in spazi ristretti – camere con o senza vista, anguste o sconosciute – non esaurendosi però in un semplice susseguirsi di incontri clandestini. Al contrario, si sviluppano e si ramificano in un sistema complesso di relazioni interdipendenti tra loro, che risponde all’esigenza di sostenersi reciprocamente in un unico spazio condiviso: il grande loft senza pareti ideato dallo zio Haruki.

Le persone come stampelle di carne.Il poliamore come formula per colmare le rispettive inadeguatezze. La simmetria amorosa per soddisfare il bisogno inconscio di stabilità. Un intreccio articolato narrato con uno stile volutamente complesso, che immerge il lettore nelle sinuose ed ipnotiche sponde dell’ossessione esistenziale. Una storia sicuramente “fuori dagli schemi” che restituisce uno lettura alquanto realistica e certamente inedita delle relazioni contemporanee.

[©Cristina Ferrari]

 

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