“La lettrice testarda” – Amy Witting

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5/5 (4)

AUTORE: Amy Witting
TITOLO: La lettrice testarda
TRADUTTORE: K. Bagnoli
EDITORE: Garzanti
GENERE: Narrativa

TRAMA

Isobel ha nove anni e il suo compleanno si avvicina. Ma, come ogni volta, non ci saranno regali per lei. C’è solo una cosa che fa volare Isobel lontano dalle rigide regole che la famiglia le impone: leggere. Ma deve farlo di nascosto perché sua madre crede che non sia un’attività adatta a una bambina, che dovrebbe limitarsi a riordinare la casa e a preparare la cena. Isobel cresce alimentando la sua passione segreta di notte, alla luce di una flebile candela. Finché, a sedici anni, la sua vita non cambia radicalmente, quando è costretta a lasciare tutto, cercarsi un lavoro e una nuova sistemazione. È la prima volta che Isobel si scontra con il mondo. Con un mondo che non è solo la sua famiglia e il suo quartiere. È convinta di non avere gli strumenti per relazionarsi con gli altri. Le sembra di dire la cosa sbagliata, si sente fuori luogo. In fondo sua madre l’ha fatta sempre sentire così. Tanto che, quando incontra un gruppo di ragazzi che amano i libri come lei e passano le serate a discuterne, Isobel all’inizio rimane in silenzio.

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Ora che finalmente è in un contesto in cui può essere sé stessa, in cui può parlare liberamente di letteratura, ha paura. Ma piano piano le parole di Byron, Auden e Dostoevskij fanno breccia nelle sue insicurezze e le insegnano il coraggio di dire quello che pensa. Di far valere la propria opinione senza nascondere la cultura che si è costruita negli anni con le sue letture. Di aprire il cassetto in cui riposa il suo sogno. Il sogno di prendere una penna in mano e liberare quel flusso di parole che ha trattenuto per troppo tempo. Perché anche per una donna tutto è possibile. Amy Witting ha fatto della lotta per i diritti delle donne il suo manifesto. “La lettrice testarda” è un elogio della letteratura e della sua capacità di illuminare la realtà. Un romanzo di formazione sulla scoperta del proprio posto nel mondo. Una protagonista pronta a sfidare le convenzioni per decidere della propria vita in piena autonomia.


RECENSIONI

Isobel ha nove anni. Come tutti gli anni, la mamma, nel giorno del suo compleanno, esordisce con la solita frase: “Quest’anno niente regali.” Ma Isobel ormai lo sa e anche se dentro sé continua ad aspettare una piccola sorpresa, una minuta interruzione di questa sinistra abitudine, fa di tutto per non darlo a vedere. Ormai sa bene quali reazioni provocheranno le sue azioni. È figlia di una madre autoritaria, austera, che la denigra in qualsiasi modo e in qualsiasi occasione, e di un padre succube di questa situazione, apatico verso l’atteggiamento, ormai abituale, della moglie. Ad Isobel, inoltre, è vietato leggere, conoscere cose che distino dalle lezioni impartitegli dalle suore. Quando, alla maggiore età, finalmente avrà modo di liberarsi di questo giogo “familiare”, la sua vita non cambierà di molto. Continuerà a trovare davanti a sé persone che cercheranno di “veicolarla”, proprio come faceva sua madre, che la voleva più stupida, meno vivace, meno curiosa.

Troverà davanti a sé persone che le impediranno di trovare il suo posto. Perché è questo che Isobel fa in tutto il romanzo e, più in generale, forse nell’intera vita: cercare un suo posto, che sarà certamente pieno zeppo di libri, frasi, scritti. E solo allora sarà veramente libera. Libera dentro. Quando “la fabbrica delle parole”, come lei stessa la definisce, prenderà vita nella sua esistenza, allora finalmente sarà felice. E basterà un nulla perché ciò accada.
Amy Witting scrive questo romanzo nel 1979, quando l‘emancipazione femminile era ancora qualcosa quasi da evitare, sicuramente da condannare. Questo libro era eccessivo per quei tempi, non a caso fu pubblicato ben dieci anni dopo. E Isobel sarà stata la raffigurazione di tante e tante bambine, ragazze di quel periodo, e non solo.

Isobel è stata una donna che ha cercato la propria libertà nelle parole, che ha creduto nel potere salvifico della scrittura. Ma lo ha fatto in un momento in cui tutto ciò era da stigmatizzare. Eppure questo libro è giunto fino a noi, grazie all’attenta traduzione di Katia Bagnoli. Arriva sicuramente in una società ben più emancipata rispetto a quella in cui la Witting visse, ma che presenta ancora i suoi tabù. E allora, non ci resta che sperare che questo scritto, nel suo piccolo, ne sciolga qualcuno.

[©Martina Caruso]

 

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