“Una ragazza ad Auschwitz” – Heather Morris

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5/5 (5)

AUTORE: Heather Morris
TITOLO: Una ragazza ad Auschwitz
TRADUTTORE: Stefano Beretta
GENERE: Storico
EDITORE: Garzanti

TRAMA

È il 1942. Cilka ha solo sedici anni quando il suo mondo cambia per sempre. Ha appena varcato il cancello di Auschwitz e, in un istante, si vede portare via l’innocenza e i sogni di ragazzina. Intorno a lei ci sono solo orrore e ingiustizia. Eppure, nonostante tutto, scopre di avere in sé un coraggio straordinario. Un coraggio che le permette di scoprire i punti deboli dei suoi aguzzini e di servirsene con astuzia per salvare sé stessa e tutti quelli, come lei, condannati senza motivo. Da allora sono passati tre anni.

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Il campo è stato liberato, ma la possibilità di una nuova vita le viene negata quando è costretta ai lavori forzati in Siberia. Di nuovo, si trova alla mercé dei propri carcerieri, costretta a eseguire senza fiatare gli ordini che riceve. Ma, benché tema di non avere via d’uscita, rifiuta di arrendersi al buio di cui ha già fatto esperienza e continua a lottare per tenere a distanza il male che sembra permeare ogni cosa.

Per dimostrare, con l’audacia che l’ha sempre contraddistinta, che non c’è malvagità che possa resistere a una mano tesa in cerca d’aiuto. Perché malgrado la barbarie di cui è stata e continua a essere testimone, Cilka è convinta che il suo cuore non sia pronto per dire addio all’amore.


RECENSIONI

“Du bist frei”. Sei libera.

La premessa per un lieto fine, che svanisce già prima di poterlo immaginare. 

Dopo 3 anni di prigionia trascorsi ad Auschwitz-Birkenau, i sovietici hanno liberato Cilka ed i sopravvissuti al campo di sterminio più grande dell’epoca: con loro Cilka è “al sicuro”. 
Basta poco per rendersi conto, però, che le torture per Cilka non sono finite e che non c’è poi grande differenza tra un lager ed un gulag: lo scopo di chi comanda è sempre lo stesso, “purgare la società dai nemici” e sfruttarli fino alla morte per ottenerne il massimo lavoro.

Cilka viene così imprigionata (e condannata per 15 anni ai lavori forzati), con l’accusa di essere stata complice dei tedeschi – un’accusa che cela dell’altro, a Vorkuta, nel Circolo Polare Artico, in Siberia.
 Tre anni sono un periodo lunghissimo… ma quindici sono interminabili. 
Cilka si domanda spesso se tutto quello che sta vivendo potrà mai finire, se davvero si potrà mai ritornare alla normalità… alla libertà.

Avrei voluto che ogni parola letta fosse frutto di sola immaginazione. Purtroppo sappiamo che non è così. La storia narrata è opera di fantasia, basata però sulla testimonianza di Lale Sokolov (il tatuatore di Auschwitz, protagonista del precedente romanzo dell’autrice), che ha conosciuto Cilka, di altri sopravvissuti, e frutto di ricerche storiche dell’autrice. 

Nonostante gli anni trascorsi e l’aver affrontato il tema dell’Olocausto in tutte le sue tragiche sfaccettature, c’è ancora così tanto di non detto, così tanto da raccontare: il nazismo, tra i regimi più spietati che la storia abbia conosciuto, non si è sottratto all’utilizzo, tra le tante forme di crudeltà, anche dello stupro, violando ancora più nel profondo, l’intimità e la dignità di ogni vittima.

Heather Morris ha ritenuto che la storia di Cilka meritasse di essere raccontata, perché si tratta della storia di una ragazza che è dovuta crescere troppo in fretta, imparare troppo velocemente come sopravvivere alla crudeltà umana.

Questo è il grande peso che porta sul cuore, un marchio che brucia tanto quanto i numeri impressi sul suo braccio. 
Il merito che riconosco io, invece, all’autrice è di aver fatto conoscere Cilka, non nascondendo alcun dettaglio della sua storia, delle sue azioni, e di non aver influenzato l’opinione che il lettore potesse farsi di questa ragazza, creando pregiudizi di alcun tipo. 

È stato per me inevitabile commuovermi, scoprendo l’esempio di coraggio, forza, speranza, amicizia vera, che questa donna ha rappresentato per le sue stesse compagne di tortura. Resilienza: questa è la parola che può racchiudere l’intera sua vita.

Non riesco ancora a metabolizzare il livello di crudeltà a cui l’umanità è riuscita ad arrivare, credo in tutta onestà che l’orrore e la follia umana potrebbero sempre prendere il sopravvento da un momento all’altro. Ma c’è chi è riuscito a trovare il giusto spirito per combattere, per impedire a chiunque, nonostante le violenze fisiche e psichiche, di spegnere la propria speranza. È il messaggio che mi arriva guardando anche l’immagine di copertina del romanzo: due mani che si stringono forte, testimonianza del fatto che “l’amore (in tutte le sue forme) contro ogni aspettativa deve essere possibile”: per tutti, persino per chi ha commesso degli errori imperdonabili, a detta propria e degli altri.

NB. L’immagine di copertina rimanda a “Il tatuatore di Auschwitz”, col quale è strettamente collegato. È un invito a continuare a conoscere questa ed altre storie, ad indagare, a leggere, per chi non lo avesse ancora fatto, anche la storia di Lale Sokolov. Io, per prima, lo farò.

[©Eleonora Nicolosi]

 

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