“Il delirio del particolare. Ein Kammerspiel” – Vitaliano Trevisan

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5/5 (4)

AUTORE: Vitaliano Trevisan
TITOLO: Il delirio del particolare. Ein Kammerspiel
EDITORE: Oligo
GENERE: Teatro e spettacolo

TRAMA

“Il delirio del particolare” è, come lascia intendere il sottotitolo, una “recitazione da camera”, un testo che si riallaccia al teatro di Strindberg. È un dialogo intimo, quasi uno sfogo melanconico, tra un’anziana signora ormai vedova, il suo badante e uno storico dell’architettura giunto in visita a una villa disabitata che, più di una casa, è un’opera d’arte.

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Sullo sfondo di un cielo sempre più cupo, aleggia lo spettro dell’architetto, sempre presente anche se mai chiamato con il proprio nome: Carlo Scarpa. Con questo testo, vincitore dell’edizione 2017 del Premio Riccione per il teatro, Vitaliano Trevisan indaga il rapporto tra il progettista e i suoi committenti: nel caso di Scarpa, un rapporto sempre molto personale, profondo, che mette in gioco i sentimenti, e perciò sempre conflittuale.


RECENSIONI

Il delirio del particolare è un’opera teatrale scritta da Vitaliano Trevisan, scrittore e drammaturgo vincitore di numerosi premi nel corso degli anni.
L’opera prevede la presenza di soli tre personaggi: la vedova, il suo badante e un professore di storia dell’architettura. Eppure, tutti e tre sembrano rimanere sullo sfondo. Veri e indiscussi protagonisti di quest’opera sono la malinconia, l’arte e la vita.

L’opera inizia con il rientro della vedova nella casa ormai abbandonata da tempo, teatro della sua vita familiare negli anni passati. Già dalle prime pagine, il senso di nostalgia afferra prepotentemente il lettore: le finestre sbarrate, i teli a coprire i mobili e le poltrone, il tempo grigio e carico di pioggia. Pian piano, la vedova incarica il suo badante di ridare vita alla casa. Le finestre vengono aperte, i teli spostati.
Questi gesti, semplici e banali, non sono altro che il riflesso esteriore di ciò che accade nel cuore e nella mente della donna.

Pian piano, inizia a rievocare il periodo d’oro di quell’abitazione e, forse, anche della sua vita. Lei stessa, parlando di ciò che è stato, raccontando episodi del passato, toglie metaforicamente i drappi da ricordi preziosi, troppo a lungo rimasti celati, per riconsegnarli alla luce del sole in tutta la loro meraviglia. Le finestre aperte portano una ventata di rinnovamento, un nuovo soffio vitale per quella casa ormai da troppo tempo destinata all’oblio.

Il filo conduttore è certamente il ricordo del progettista di quell’abitazione, l’architetto – mai nominato – Carlo Scarpa. Parlando di lui, la vedova ne ricorda il tratto caratteristico: l’ossessione per i particolari.
Ne emerge il ritratto di un uomo profondamente innamorato delle sue opere e del suo lavoro, costantemente alla prese con quei piccoli frammenti che, alla fine, delineano il tutto. Un vero e proprio delirio, una visione del lavoro ma forse della vita stessa che impregna di sé un’intera esistenza e la lacera, causando conflitti anche con gli stessi committenti delle sue opere.

Non una semplice attività, quella di Scarpa, ma una vera e propria forma d’arte che non sopporta di rimanere imbrigliate nella concretezza, nella temporaneità, nel casuale.
La figura del badante appare, per la vedova, come quella di un semplice spettatore, un orecchio con cui condividere il flusso dei propri pensieri.

Molto più emblematico, invece, è il personaggio del professor Bernardi, il quale fornisce alla vedova un ultimo tassello sulla vita e sulla morte dell’architetto, aiutandola a comporre il mosaico dell’esistenza di quell’uomo ossessionato dall’arte.

In quest’opera, brevissima ma intensa, Vitaliano Trevisan ci catapulta in un mondo in declino, meraviglioso ma ormai dissolto e forse, proprio per questo, ancora più magico. La bellezza austera di ciò che è stato, la maniacalità nella cura dei particolari di chi ha immaginato e creato ogni singolo frammento del tutto ci lascia un senso di immensità e, soprattutto, di immortalità.

Ecco allora che tutto acquista un senso: il delirio del particolare altro non è che ostinazione alla vita, indomito desiderio di sconfiggere la morte attraverso l’unica arma che l’uomo, da sempre, ha a disposizione: la bellezza dell’arte.

[©Antonella Venturi]

 

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