“Diari dal carcere” – Sepideh Gholian

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4/5 (2)

AUTORE: Sepideh Gholian
TITOLO: Diari dal carcere
EDITORE: Gaspari
GENERE: Biografia

TRAMA

Sepideh Gholian racconta la quotidianità della vita nella sezione femminile del carcere di Sepidar in Iran. Condannata in prima istanza a 18 anni di reclusione per aver pubblicato un reportage giornalistico sulla protesta dei lavoratori di uno zuccherificio, si fa portavoce delle sue molte compagne di prigionia, di cui raccoglie le diverse testimonianze. Alle parole si accompagnano numerosi disegni che illustrano la crudeltà della loro condizione di detenute in un luogo dove pressioni e manipolazioni psicologiche, abusi e umiliazioni sessuali si consumano quotidianamente ai danni del corpo femminile.


RECENSIONI

“Ci picchiano da mezzogiorno alle 10 di sera. Temo che non resterò in vita. Dire che sono terrorizzata non basta ad esprimere ciò che provo…”

Questo non è la prima frase di un racconto di fantasia, non è l’incipit di un qualche macabro romanzo.
In “quella immensa prigione a cielo aperto che è l’ Iran”, nel carcere di Sepidar, questa è la quotidianità.

L’autrice del libro “Diari dal carcere”, Sepideh Gholian, è stata arresta nel 2018 mentre partecipava ad uno sciopero in una fabbrica, da reporter. Nel carcere di Sepidar, uno dei tanti in cui Sepideh sta scontando la sua pena (di 18 anni in primo appello), vi sono altre donne incriminate dal regime iraniano per i reati più diversi. Quanti di questi siano stati effettivamente compiuti non è dato saperlo.
A nessuno interessa se la ragazza dalle gonne colorate ha veramente ucciso l’uomo che la violentò e ricattò; se le innumerevoli ragazze morte impiccate avevano avuto modo di chiarire la loro posizione, di guardare un’ultima volta in faccia i loro cari.
Coperte costantemente da un velo, gli occhi bendati anch’essi, si muovono in quei luoghi di morte trascinandosi dietro una vita che ormai ha ben pochi motivi per continuare a lottare.

A Sepidar, così come nelle altre prigioni, le umiliazioni, le percosse, le violenze, gli abusi sono la quotidianità. Le urla disumane strappate a uomini e donne innocenti risuonano tra i corridoi, sbattono su quei muri sporchi di sangue ed ingiustizia per ritornare alle orecchie di vite che si chiedono solo quando sarà il loro turno. Perché nessuno è esente dalle catene ai piedi, dalle dichiarazioni estorte con la violenza che condurranno qualcun altro al cappio.
La giovane Sepideh, in un periodo in cui è stata rilasciata, ha pubblicato questi diari. Ha raccolto le testimonianze delle sue compagne di cella, ha unito le voci di donne calpestate, considerate meno di un oggetto, e ne ha tirato fuori un grido di dolore ed iniquità. Queste urla strozzate sono arrivate fino a noi, nel confortante mondo occidentale, e ci chiedono attenzione; ci chiedono di leggere, conoscere, non ignorare.

Che il libro sia duro, aspro, doloroso non c’è bisogno di dirlo. Pensatelo come una tela con uno squarcio al centro da cui fuoriesce del sangue e questo defluire spegne l’anima di centinaia e centinaia di donne e uomini. Inoltre, come se non bastassero le parole, Sepideh ha disegnato piccoli frammenti di quell’orrore quotidiano. Con la sua fervente vocazione per la verità, che l’ha portata in uno degli angoli più bui del nostro mondo, Sepideh chiede solo di essere ascoltata affinché la nostra società conosca ciò che avviene nel resto del mondo e, soprattutto, affinché la stessa decida di mobilitarsi affinché luoghi come questi vengano estirpati come un’erba cattiva.

[©Martina Caruso per Le frasi più belle dei Libri…]

 

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