“I fiori della morte” – J. J. Ellis

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5/5 (1)

AUTORE: J. J. Ellis
TITOLO: I fiori della morte
EDITORE: Ponte alle Grazie
GENERE: Thriller

TRAMA

Giornalista inglese trapiantata a Tokyo, Holly Blain è stanca di doversi occupare di zuccherose popstar per adolescenti. È a caccia di notizie vere, stimolanti. Cronaca nera. Quando incontra l’ispettore Tetsu Tanaka capisce di avere finalmente fra le mani la grande occasione che aspettava: una ragazza svedese, Elin Granqvist, viene trovata morta, e nelle stesse ore scompare Marie-Louise Durand, francese. Tanaka è un poliziotto ligio alle regole, e non vorrebbe coinvolgere una giornalista così ambiziosa in un’indagine tanto delicata. Ma l’ispettore non ha scelta: grazie al suo look androgino, Holly riesce a mimetizzarsi perfettamente nello sterminato alveare di Tokyo, scoprendo elementi decisivi per l’indagine.

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Le intuizioni di Holly e Tanaka portano a delineare la figura di un misterioso killer, ossessionato dalla fioritura dei ciliegi e dai minuziosi rituali della tradizione del suo Paese, e con una morbosa predilezione per Roy Orbison e le sue ballate intrise di malinconia. Sullo sfondo di un Giappone sospeso tra un futuro ipertecnologico e un passato immutabile, l’autrice confeziona un thriller dove ogni personaggio è costretto a fare i conti con le proprie origini: un vuoto da colmare, un incubo psicologico da cui fuggire.


RECENSIONI

“Incorniciata dai sakura, la cima del monte Fuji si rifletteva nell’immobilità trasparente del lago Kawaguchi”, un’immagine che da sola invoglia alla lettura del romanzo.

Sarà stato il desiderio di allontanarmi dalla realtà per seguire il profumo dei rami fioriti di ciliegio o la magia che avvolge il Paese del Sol Levante nell’immaginario occidentale o la scrittura agile di J.J. Ellis a far sì che questo giallo fosse balsamo per la mia mente.

A condurci nel contraddittorio e affascinante Giappone, tre voci diverse si levano: quella della giornalista inglese trapiantata a Tokyo, dell’ispettore che lotta con le sue origini e con una malinconia opprimente, e l’ultima, quella dell’assassino, intrappolato in un passato che talmente oscuro da aver inghiottito ogni barlume di vita futura.

È un libro che si fonda sulle simmetrie, sull’equilibrio di forze, sulle immagini che sono specchio di un’ambivalenza, in cui la bellezza è rappresentata dai viali dei ciliegi in fiore che raggiungono il loro massimo splendore proprio nel momento della loro morte (da qui possiamo immaginare la scelta del titolo); a fare da contraltare troviamo lo squallore del quartiere a luci rosse di Kabukichi, quando alle prime luci dell’alba le insegne sono spente, i locali sono chiusi e l’eccitazione ha lasciato dietro di sé una scia di sordida tristezza.

C’è equilibrio negli stessi personaggi, ognuno con un vuoto interiore, il ma così essenziale nella cultura nipponica, ma che rende credibili e reali i protagonisti: fragili, in lotta con sé stessi, coi loro dubbi e con ciò che li circonda, e comunque determinati a perseguire i loro obiettivi, lo scoop per dare una svolta alla propria carriera, o la ricerca della “composizione perfetta”.

A J.J. Ellis va anche il merito di aver reso il Giappone percepibile a chi legge il suo libro; il lettore si ritrova a camminare per le strade caotiche di Tokyo, abbagliato dalle luci degli Hostess Club, tra i ciliegi in fiore attorno al castello di Himeji e tra le isole dell’arcipelago di Okinawa, in cerca delle rare orchidee.

Il Giappone però non si limita a fare da sfondo alla vicenda, ma si insinua in ogni sfaccettatura del romanzo con la sua essenza misteriosa e quel bisogno di appartenenza che è insito in ogni persona. Accade così che l’ispettore Tanaka cerchi di compensare il peso di un’origine contrastante estremizzando alcuni comportamenti, quasi a voler rimarcare la sua indiscutibile discendenza giapponese.
Dal canto suo la reporter Holly Blain, sfrutta il suo aspetto androgino per mimetizzarsi e infilarsi in luoghi dove i gaijin, gli stranieri, non sono graditi. E poi c’è l’assassino.

L’otaku, che cerca la perfezione nelle composizioni floreali giapponesi, ma invece di farlo in assoluto silenzio come richiede la tradizione, lo fa ascoltando musica americana degli anni Cinquanta e Sessanta, perennemente travestito come una star dell’epoca, Roy Orbison. C’è da chiedersi se sia la cultura giapponese moderna che cerca di inserirsi in quella più antica, o se sono i giapponesi che tentano di trovare un senso al passato, inserendolo nella vita di oggi.
È una lettura avvincente, mai banale o noiosa, che nel suo finale ci rivela che le avventure dell’ispettore Tanaka e della giornalista Blain non sono di certo finite.

©GAIA DEL RICCIO per Le frasi più belle dei Libri…

 
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