“Mi chiamo Yuri” – Patrizia Pieri

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AUTORE: Patrizia Pieri
TITOLO: Mi chiamo Yuri
EDITORE: Ensemble
GENERE: Narrativa gialla – Thriller

TRAMA

Erano gli anni Novanta, a Monteverde. Yuri e i suoi amici si incontravano al largo Giovanni Berchet, la piazzetta vicino alle mura di villa Sciarra. C’era Andrea, l’amico fraterno di Yuri, e Loris-Scucchia, quello che imitava alla perfezione Ridge, il mascellone di Beautiful, e poi c’era Giulio, Mirketto, Simone… e Valentina, che con Yuri era cresciuta insieme. Gli anni di Monteverde finiscono, come tutto il resto, ma Yuri è diverso, e la sua vita, e il mistero intorno alla sua scomparsa, non saranno mai dimenticati. In un romanzo dalle tinte noir, in cui l’amicizia intreccia le sue vie con la malavita romana, Patrizia Pieri ci racconta la storia di Yuri e dei suoi veri amici.

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RECENSIONE

Yuri chi è? È la prima domanda a cui si cerca una risposta dopo aver letto il titolo del libro. Yuri è stato un bambino dai capelli scuri e gli occhi color miele, è stato il grande amico di Valentina, di Andrea, di Loris. Yuri è stato il figlio amorevole di Patricia. È stato, sì. Perché Yuri ora non è più solo questo. In seguito ad un incidente in una mattina di novembre, Yuri perde la vita. E Valentina, con cui i rapporti fraterni si sono interrotti da un po’, lo scopre dopo anni. Il vuoto che la assale è immenso, al punto da farle aprire gli occhi su come il tempo l’abbia cambiata, su come la sua esistenza si sia appiattita.

Così decide di compiere un cammino a ritroso, riprendere i contatti con tutti quegli amici di allora, per cercare di ricostruire gli ultimi attimi di Yuri, con la speranza di trovare anche se stessa in quei volti che il tempo ormai ha cambiato. Con l’aiuto di Andrea, complice imprescindibile, cercherà di trovare una verità sulla morte di Yuri perché, ne sono certi, ce ne deve essere un’altra rispetto a quella che gli atti dell’incidente, le perizie vogliono far credere. E allora bisogna alzare il velo su quelle vite condotte in quella zona grigia, dove si sta con un piede nel legale e l’altro nell’illegale. Quella zona in cui anche Yuri ha bazzicato, così come molti altri del loro gruppo. Quindi, Yuri chi è?

Oggi Yuri è anche una nuvola a forma di drago con la coda a freccia, è una frase in un libro, è un pensiero improvviso e distratto. È tutti quei “segni” che dissemina nella vita di chi, dopo anni, continua ad amarlo incondizionatamente. E non si tratta di essere visionari, medium o roba del genere. Semplicemente quando qualcuno che amiamo muore, insieme a lui va via anche una parte di noi. E cogliere dei piccoli segni, come frammenti di un discorso con cui ci manteniamo in comunicazione, rende meno doloroso questo squarcio profondo e insanabile sul cuore. Emozionante e duro al contempo; impossibile leggere questo libro e non avere un nodo alla gola, non avvertire un senso di angoscia, di rabbia e forse anche di affetto. Soprattutto quando, come un pugno nello stomaco improvviso, ci torna alla mente quella frase letta sbadatamente all’inizio del libro: “fatti realmente accaduti hanno ispirato questa storia”.

[©Martina Caruso]

 

Mi chiamo Yuri è il titolo dell’opera prima di Patrizia Pieri, romana, fotografa professionista. La lettura del romanzo scorre veloce attraverso immagini che si cristallizzano nella mente, parole che incidono l’anima, emozioni che sgorgano libere e sincere.

La simbiosi è immediata. Nelle vicende di Yuri, Valentina e Patricia ritroviamo frammenti delle nostre esistenze, perché è la vita stessa ad essere protagonista indiscussa del racconto. Vita che si snoda tra sincerità e ipocrisia, famiglie disastrate e relazioni pericolose, abitudini e colpi di fulmine, amicizie e conflitti. E’ un percorso fatto di ricordi, coraggio, delusioni, sorprese, dolore, amore e … morte. Nonostante la sua scomparsa prematura, atroce e inaccettabile, Yuri continua a vivere nella vita di chi sa percepirne la presenza attraverso i segni. Ci induce a riflettere sul prodigioso ed inestricabile intreccio vita/morte, sull’intimo rapporto che stabiliamo con chi ci ha lasciato e su quello che, a nostra volta, rappresenteremo nel ricordo dei nostri cari … “Non è vero che col tempo la mancanza si sente di meno. Non si smette di amare qualcuno solo perché non c’è più” … Oggi non possiamo dire com’era, possiamo solo ricordarlo come lo abbiamo vissuto…”

Il funerale di Yuri, al quale partecipiamo attraverso gli occhi di Patricia, è uno spaccato impietoso del caleidoscopio umano che, irrispettoso di una tale tragedia, non rinuncia alle falsità, ai convenevoli pietosi, alla curiosità morbosa, alla spettacolarizzazione del dolore. Per contro, Patricia, che piange compostamente l’inconsolabile perdita di un figlio, ci regala una profonda lezione di dignità e amore. In tutto il racconto, Patricia rifugge ogni forma di commiserazione e compassione. Sa farsi voler bene come mamma e come donna che ha combattuto sola, che ha tessuto orditi di amore e pazienza per proteggere se stessa e suo figlio, che ha sempre dovuto “provvedere, rimediare, gestire, organizzare, sopportare, decidere, fare”. E alla fine, non possiamo non condividere con lei il desiderio di “voler abbassare il sipario su un dolore privato troppo grande, di voler prendere le distanze da tutto ciò che le si era presentato davanti. E cioè un enorme cumulo di spazzatura umana”.

Patricia e Yuri rappresentano quel legame potente ed indissolubile tra madre e figlio, fatto di complicità e protezione reciproca, capace di sopravvivere all’orrore della morte e all’oblio del tempo.
Mi chiamo Yuri dipinge un affresco, talvolta amaro, talvolta divertente, della quotidianità di ognuno di noi. Le bravate adolescenziali, le uscite nelle tiepide sere d’estate, le insidie della droga e della delinquenza, la dolcezza unica del primo amore, i giochi da bambini, i pranzi in famiglia.
Ci riconosciamo nelle dinamiche dei rapporti tra genitori separati, in quel precario equilibrio tra intelligenza e buon senso che spesso viene rotto da ripicche, bugie e rancori. Sorridiamo davanti alle trame perverse dei figli per ottenere all’occorrenza i favori dell’uno o dell’altro genitore. Ci inteneriamo al cospetto di quelle timide vibrazioni del cuore che non sappiamo ancora chiamare amore.
Non mancano, inoltre, spunti di riflessione sul significato di religione e su quei valori universali ai quali anela l’umanità intera, trascendendo riti e simboli: rispetto, amore, pace.
E poi ci sono i ricordi, quei ricordi che riaffiorano prepotenti e che ci aiutano a ritrovare noi stessi… “Devo riuscire a recuperare la parte più autentica di me, pensava. Ho bisogno di ritrovare la persona che ero un tempo, quando c’era Yuri”…

Quante volte, al pari di Valentina, siamo dovuti tornare indietro nel tempo per riconciliarci con quell’io che eravamo in origine, prima di venire narcotizzati da lunghi anni di automatismi. Quante volte un episodio fortuito ci ha scosso per farci recuperare consapevolezza del presente e farci finalmente vivere un tempo non più “provvisorio” ma pregno di “attimi, di parole, di gesti”.
Infine, dedichiamo volentieri una nota conclusiva ai luoghi che fanno da sfondo alla vicenda. Con abile maestria, l’autrice ci proietta autentiche diapositive degli scorci più suggestivi di Roma ed in particolare del quartiere Monteverde, tra i più belli e panoramici. Storia, colori, profumi ci accompagnano in magiche passeggiate sopra i tetti della città, sotto i platani del Gianicolo, negli angoli più reconditi di Villa Pamphili.

[©Assunta Saragosa]

 

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