“I valori che contano” – Diego De Silva

(avrei preferito non scoprirli)

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I valori che contano

AUTORE: Diego De Silva
TITOLO: I valori che contano (avrei preferito non scoprirli)
EDITORE: Einaudi
GENERE: Narrativa

TRAMA – I valori che contano

Se non vi è mai successo di nascondere in casa una ragazza in mutande appena fuggita da una retata in un bordello al quarto piano del vostro palazzo, non siete il tipo di persona a cui capitano queste cose.

Vincenzo Malinconico lo è. Dovrebbe sapere che corre un rischio bello serio, visto che è avvocato, e invece la fa entrare e poi racconta pure un sacco di balle al carabiniere che la inseguiva e va a bussargli alla porta.

È cosí che inizia I valori che contano (avrei preferito non scoprirli), il romanzo in cui Malinconico – avvocato di gemito, piú che di grido – oltre a patrocinare la fuggiasca in mutande (che poi scopriremo essere figlia del sindaco, con una serie di complicazioni piuttosto vertiginose), dovrà affrontare la malattia che lo travolgerà all’improvviso, obbligandolo a familiarizzare con medici e terapie e scatenandogli un’iperproduzione di filosofeggiamenti gratuiti – addirittura sensati, direbbe chi va a cena con lui – sul valore della pena di vivere.

Un vortice di pensieri da cui uscirà, al solito, semi-guarito, semi-vincente e semi-felice, ricomponendo intorno a sé quell’assetto ordinariamente precario che fa di lui, con tutti i suoi difetti e le sue inettitudini, una persona che sa farsi voler bene, pur essendo (o forse proprio perché è) un uomo cosí cosí.

FRASI

Di tutte le simulazioni che si possono fare, quella di mettersi nei panni di un altro dovrebbe essere la più abbordabile. Cosa penserei al suo posto, cosa farei se mi trovassi nella sua condizione? È una domanda facile, e poi non costa niente, visto che tu resti dove sei ed è lui che annaspa: eppure fingere di essere un altro per considerare le sue ragioni è una delle recite a cui siamo meno disposti. Perché ci obbliga a vedere noi stessi con altri occhi, e il masochismo ci fa paura. Non vogliamo farlo, quel provino. Perché sappiamo che abbiamo altissime probabilità di passarlo.

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È così che funziona, nell’incomprensione: fai del male, picchi duro perché devi tenere il punto e ti senti di merda perché l’hai tenuto; allora ti dici cosa lo tengo a fare questo punto, se per tenerlo devo umiliare qualcuno a cui voglio bene; per cui ti viene voglia di darlo il via, ma siccome sai benissimo che l’umiliato ne approfitterebbe per ridiventare arrogante in cinque minuti (lo sai perché è già successo), va a finire che lo tieni, solo che tenendolo stai male, e così resti nella spirale del senso di colpa e continui a soffrire senza possibilità di uscirne.


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